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Civiltà musicale pugliese

I fratelli Lapecorella

Al Teatro Comunale di Trieste si alternarono anche impresari baresi che, insieme con Antonio Quaranta, iniziarono il periodo delle gestioni corrette. Non più fughe di impresari con la cassa (vuota o piena), che nel passato avevano gettato una sinistra ombra sul teatro triestino (vedi Levi, Botteri e Bremini, Il Comune di Trieste, Udine, Del Bianco, s. d. pp. 82; Vito Levi “La Vita Musicale a Trieste, Mi., All’Insegna del Pesce d’Oro, 1968, pag. 124).
Essi furono Nicola e Vito Lapecorella, baresi, titolari di  un ufficio commerciale in Trieste per l’esportazione di tessuti.
Patiti del melodramma e conosciuti per probi e corretti commercianti, vennero sollecitati dal barone Valmarin, dal conte Segrè e da altri gentiluomini triestini per organizzare gli spettacoli lirici al Comunale. Allettati dalla proposta e temendo le incognite di una attività nella quale erano profani, ogni decisione definitiva veniva rimandata sistematicamente. Ma due loro impiegati, baresi anch’essi, Antonio Sbisà e il figlio Alredo, li incoraggiarono a prendere contatto con il concittadino Antonio Ouaranta, che, oltre ad essere stato prima di loro  impresario del Comunale, poteva esprimere un parere specifico.
Il Quaranta, contrariamente a quanto accade in simili casi, si mostrò entusiasta e mise a disposizione dei due amici la sua competenza. Infatti, al primo anno non fece mancare la sua disinteressata assistenza, mentre, successivamente, i La Pecorella furono in grado, di fare da sé.
Il galantuomo nato, Nicola Lapecorella, che ho avuto l’onore di conoscere e trattare per oltre un decennio per motivi connmerciali, era ancora grato ad Antonio Quaranta per il favore reso, affermando “perdì tìimbe e non ze pegghiò nudde”.
La gestione del primo anno si chiuse in pareggio, la seconda andò a gonfie vele, anche perché la direzione artistica venne affidata a un ex-baritono, Delfino Menotti,  già titolare di una scuola di canto in Russia e fuggito da quel paese a causa della rivoluzione, compresi i suggerimenti di Antonio e Alfredo Sbisà che si dimostrarono preziosi.
La scelta delle opere da rappresentare si mostrò felice. I Lapecorella dettero 14.12.1912, dodici rappresentazioni di “Francesca da Rimini”, con Riccardo Zandonai, (con Tilde Milanesi) e lanciando nel mondo dell’opera il tenore spagnolo Michele Fleta, nel quale credettero e che vollero tener a battesimo artistico. Il Fleta riscosse un enorme successo e fu riconfermato per le tredici rappresentazioni di “Aida” insieme con la Poli Randaccio ed altri, sotto la direzione di Pasquale La Rotella, che diresse per tutto il resto della stagione.
Seguirono nove rappresentazioni di “Boris Godunov” nel quale cantarono per la prima volta in Italia il basso Giorgio De Lanskoy e il baritono Sigismondo Zadewsky, entrambi profughi dalla Russia in seguito alla riVoluzione.
Completarono la stagione dieci rappresentazioni de “La Dannazione di Faust” con la Gillovich, Giuseppe di Bernardo e Maugeri; quattro rappresentazioni di “Norma”, sette di “Pagliacci” e altrettante di “Wally”.
Le previste undici rappresentazioni di «Marken» di Gianni Bucceri non furono date e, pertanto è errato quanto affermato nel citato “Teatro Comunale” a pag. 258 a proposito delle avvenute rappresentazioni di “Marken”; analoga carrezione deve farsi al Manferrari nel suo “Dizionario delle Opere Melodrammatiche”.
La seconda stagione si inaugurò nel dicembre del 1920 con “Sigfrido”, cui seguirono altre otto rappresentazioni con Alice Baron, Gaetano Pini Corsi, Luigi Sivetti e Amedep Bassi, il quale ospitò in casa sua il maestro Baroni, specialista di opere wagneriane e designato a dirigere, acciocchè lo preparasse a ripassare lo spartito con cura  particolare.
Il direttore della stagione fu Ettore Panizza e maestro sostituto, Antonino Votto.
Si ebbero nove rappresentazioni di “Falstaff” con Viglione Borghese, sette de “L’Amore dei Tre Re” con Nazzareno De Angelis, undici de “La Gioconda” con la Poli Randaccio, nove de “Il Mosè” con Nazzareno De Angelis, nove di “Sansone e Dalila” con la Fioretti e Calleja, undici di “Tristano e Isotta” con Bassi e Ofelia Turchetti (esordio), due di “Fanfulla” di Parelli (e non sette, come risulta nel citato “Teatro Comunale”, perché l’opera fu stroncata dalla critica). Ma le sedici rappresentazioni de “I Quattro Rusteghi” con Fidelia Sarah Solari, Guerrina Fabbri, Gaetano Pini Corsi, Gaetano Azzollini, segnarono il culmine delle due stagioni.
Suggerita ai Lapecorella da Delfino Menotti, la stagione si tramutò in un fiume di incassi: sedici pienoni.
Ad esempio, per i trecento posti di loggione si vendevano 800 biglietti per sera, e la platea con i corridoi gremiti ed i palchi rigurgitanti, davano l’impressione che il teatro dovesse venir giù da un momento all’altro.
Dopo il successo della prima stagione grande fu il numero di abbonamenti sottoscritti per la seconda, tanto che ogni sera restavano per i non abbonati soltanto tre palchi e 20
posti di platea.
Cessata la loro attività commerciale in Trieste, i Lapecorella rientrarono nella loro sede di Bari, mentre i loro collaboratori Antonio Sbisà e il figlio Alfredo,  restarono nella città di San Giusto, dove si occuparono di spettacoli lirici per il Tearo Comunale.
L’altro figlio Giuseppe, sposò il soprano wagneriano Anny Helm ebbe la gestione per gli anni 1925 e 1935, mentre Alfredo curò quella del 1936 e occupò per molti anni il posto di segretario generale.
Un altro degli Sbisà, l’avv. Domenico, con bellissima voce di baritono, si esibì più volte con lusinghieri risultati, ma rinunziò a una sicura carriera artistica per dedicarsi alla sua professione. Altri Sbisà si occuparono di imprese teatrali nel campo della musica leggera.
Un parente degli Sbisà triestini è il noto critico musicale de “La Gazzetta del Mezzogiorno”. (a.g.)

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